La Rosa nera

Elena Maneo
La rosa nera
Le bertesche plumbee di un maniero s’innalzavano nel cielo turchino del giorno. Le finestre istoriate erano un po’ sporche e i lati parevano funghetti neri e velenosi. In quella struttura, però, c’era ancora l’originario splendore e la dimora signorile, che imitava i castelli del Medioevo, era guarnita da un meraviglioso campo destinato a fare compagnia a qualsiasi creatura notturna o diurna. Un laghetto silenzioso azzurrognolo era nitido e brillava sotto i raggi di un debole sole autunnale. I padroni della residenza erano il conte Oscar Odd e la bella contessa Angelina, ed erano ricchi e molto conosciuti. A loro non mancava nulla, a parte un po’ di felicità. Angelina era una donna alta e magra, con il volto attorniato da una fitta capigliatura biondo cenere che scendeva lungo le spalle. Aveva due occhi grandi da gatta furba che guardavano attentamente tutto ciò che stava intorno. Non poteva avere figli e il conte era dispiaciuto, sia per la consorte, sia per il fatto che in quell’immensa tenuta sarebbe stato bello vedere delle creature alte un metro e dieci correre dappertutto. Sarebbe stato bello vedere quelle grazie naturali saltare, urlare, rompere quel silenzio deprimente che spesso e volentieri sovrastava i corridoi del maniero; belle creature che avrebbero portato il calore e l’allegria nelle fredde e tristi hall della reggia. Per questo Angelina si sentiva depressa, infelice, debole e stanca. Certe cose non riusciva a farle e alle volte si abbandonava a pianti isterici. Le uniche cose che sollevavano un po’ il morale alla contessa erano delle pitture appese alle pareti che raffiguravano imbarcazioni, spiagge ambrate e il sole, che sembrava così reale che andava a riscaldare tutto ciò che circondava l’infelice donna.

«L’atmosfera è rilassante».
Alla presenza del consorte, Angelina si allontanò dalla finestra della sala da pranzo.
«Sei tornato?»
«Come ti senti? Questa notte non hai dormito» disse il conte avvicinandosi alla moglie.
«Sto bene».
«Cara, sai che giorno è oggi?»
«Il nostro anniversario di matrimonio» rispose Angelina, priva di emozione.
«Sì, mia cara. Ho un dono per te».
«Un dono?»
«Sì. Aspetta qui» rispose il marito. Baciò sulla fronte la coniuge e uscì dalla sala con passo soffice.
Tornò poco dopo, non da solo, in compagnia di una bambina nera sugli otto anni, dotata di una bellezza particolare. L’insieme di occhi, capelli e labbra sembrava un dipinto prezioso. La magrezza pareva una forma di denutrizione, ma in realtà era dovuta alla costituzione. Indossava un vestito scuro come il carbone che le stava largo, e la
striscia bianca di denti batteva come un martello ammattito per la paura. Vedendola, Angelina rimase per un attimo ammutolita dalla meraviglia.
«Cosa significa?»
«Te lo spiego subito, mia cara. Questa è Katia, la tua serva personale, nonché il mio regalo per l’anniversario di matrimonio».
La donna fece un profondo respiro. Poi fu sopraffatta da una voglia: il suo disperato desiderio di avere un figlio, di abbracciare e amare la sua innocente creatura. Una lacrima calda le rigò la guancia sinistra.
«Bene…» disse col nodo alla gola, dopodiché non aggiunse altro e si ritirò nella stanza da letto.
Katia fu scortata da un’anziana servitrice nella camera che le avevano assegnato. Agli occhi della bambina, la reggia doveva sembrare una fortezza nel quale regnava solo la tristezza, come la notte che venne, malinconica e nostalgica.
Al primo albore del giorno Angelina si svegliò, percossa da un presentimento. Dopo aver indossato la veste da camera azzurrognola, uscì nel corridoio, dove la sagoma della piccola ospite si muoveva quatta.
«Katia?» la chiamò.
Nella penombra, due lacrime affiorarono negli occhi tristi e dolenti della ragazzina.
«Signora… madame… perdono… io non ho nessuno al mondo… e nessuno mi ha mai insegnato a fare la serva…»
«E vuoi andare via?» chiese la contessa, osservando il piccolo bagaglio che la bimba portava sulle spalle.
«Sì… per imparare a fare la serva».
Angelina sorrise alla piccola. Allungò la mano e disse: «Non ce n’è bisogno. Vieni con me».
Affrontarono insieme una scalinata alabastrina, tutto intorno era grande e lussuoso. Katia pensò a quale castigo fosse in serbo per lei per aver cercato di scappare, mentre la padrona aveva in mente tutt’altra cosa, una cosa che molti pargoletti orfani avrebbero gradito: un mondo fatto d’amore, calore, balocchi e comprensione.
Angelina donò alla bambina una stanza colma di giocattoli e ninnoli, dove bambole, marionette e modellini aspettavano di essere toccati, presi e baciati.
«Che succede?» giunse improvvisa la voce del conte.
L’uomo curiosò dentro la stanza e per la prima volta vide un fiore, una bellissima rosa nera ricca di purezza, innocenza e naturalezza.
«Succede… che abbiamo una figlia» mormorò la consorte.
Oscar, preso dall’emozione che all’inizio sembrava un niente, abbracciò la moglie e mormorò: «Sì, cara. Se a Katia va bene, abbiamo una figlia».

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